venerdì 20 marzo 2009

TRA ORIENTE E OCCIDENTE, UN SACRO RIMEDIO.
di Serena Petrucci.


Ho svolto la mia esperienza di tirocinio presso l’A.S.L. NA1, sita nella struttura ospedaliera San Paolo. Qui presso la sezione di fitoterapia e agopuntura il mio tutor aziendale il Dott.Ottavio Iomelli, dirigente del reparto, mi ha affiancato al Dott.Giuseppe Iovane, che in questa sede svolge visite per l’intolleranza alimentare. Il mio ruolo durante il tirocinio è stato quello di assistere alle viste effettuate da Dott. Iovane e cercare di carpire quante più conoscenze possibili, in particolare sull’impiego e la formulazione di rimedi erboristici. Infatti il Dott. Iovane effettua una visita totale del paziente, indaga a fondo sull’organismo in cerca di tutto ciò che può dare fastidio e al termine della visita, oltre a prescrive generalmente varie analisi che vanno a dare una risposta scientifica a quanto egli può aver intuito, associa una dieta adeguata per una salute totale dell’organismo eliminando i cibi che inducono fastidio e sopratutto prescrive rimedi erboristici quali tisane, infusi o decotti e delle capsule contenenti polveri naturali, fase questa che naturalmente mi ha interessato maggiormente, in quanto ho potuto apprendere nuove nozioni sulla formulazione di preparati fitoterapici, apprendere le sinergie delle piante nelle composizioni erboristiche e capire il giusto utilizzo di tali rimedi. Durante il corso della visita sono rimasta molto colpita e interessata dall’integrazione e utilizzo di metodiche alternative come quelle ayurvediche e cinesi, che da sempre mi affascinano; ho notato infatti, che in genere Il Dott.Iovane analizza il paziente anche seguendo le indicazione della medicina orientale: classifica le persone in base agli elementi di terra, fuoco, aria, acqua e metallo e conferma i deficit dell’organismo mediante le diagnosi della lingua, degli occhi, della bocca e delle mani. Questo metodo ricorda e riporta molto all’Ayurveda che appunto utilizza anche essa le medesime diagnosi e che condivide quasi totalmente la classificazione e l’identificazione con gli elementi terra, fuoco, aria e acqua. Infatti, essa comprende otto principali rami della medicina e ognuna di queste branche specialistiche viene applicata secondo la teoria dei cinque elementi e i tridosha, o tre umori corporei; secondo tale teoria tutti gli organismi hanno una natura pentabhuta, sono composti cioè di cinque elementi base (bhuta): aria, acqua, terra, fuoco ed etere e sono i cinque bhuta ad originare i tre elementi o principi basilari detti dosha che controllano tutte le funzioni fisiologiche;questi tre concetti energetico-materiali, determinano tramite il loro stato di squilibrio lo stato di benessere o malattia dell'individuo.Vata composto da etere e aria,ha sede principalmente nel colon. Pitta composto da fuoco e acqua, ha come sede principale l'intestino tenue. Kapha composto da acqua e terra ,è proprio dei fluidi corporei. Inoltre la diagnosi della malattia viene effettuata attraverso l’esame del polso e le diagnosi della lingua, delle labbra, delle unghie e degli occhi. Dando un breve sguardo alla cultura della medicina Ayurveda, si può dire che attualmente annoverata dall'Unione Europea tra le medicine non convenzionali la cui erogazione è consentita da parte di medici qualificati, essa è il più antico sistema di medicina tradizionale attualmente ancora vivo; nella ricca mitologia indiana, si ritrova Dhanvantari, identificato come il Dio della medicina, mentre le sue origini storiche risalgono a 6000 anni fa; le prime fonti scritte alla sua base, sono i Veda, la raccolta di Testi Sacri indiana, in cui è contenuto un capitolo, l’Atharva Veda un vero e proprio trattato di medicina. l’Ayurveda è basata su un benessere totale dell’individuo e su un equilibrio dell’organismo. Le terapie sono volte a riequilibrare i dosha e prima dell’inizio di qualunque for­ma di trattamento si devono eliminare le tossine nell'organismo. I principi medicinali utilizzati sono, in genere, minerali, metalli purificati ed erbe, in forma di polveri, pastiglie, infusi ed etc. Ho notato come l’utilizzo di piante come fonte di rimedi curativi è alquanto frequente e che inoltre tali piante qui in occidente spesso non sono ancora state approvate come efficaci o hanno un utilizzo diverso o a volte opposto a quello Ayurvedico. Tra le varie piante elencate mi ha colpito “Tulsi”, in occidente conosciuta con il nome botanico Ocinum sanctum, o comunemente basilico santo.

TULSI.
Il Tulsi è una delle erbe principali usate in Ayurveda, l’antico sistema tradizionale olistico indiano. Rinomato per le sue proprietà salutari e preventive, Il Tulsi è noto come “l’Incomparabile”, “la Medicina Madre della Natura” e “la Regina delle Erbe”. In scritture redatte tra il 500 e il 1200 d.C., la pianta del Tulsi viene continuamente citata come una delle colonne portanti della medicina erboristica. Il tulsi scuro (o Shyama) e il tulsi chiaro (o Rama) sono le due principali varietà della pianta (assimilabile al nostro basilico).La prima delle due è considerata avere maggiori proprietà medicinali ed è comunemente utilizzata.

Tulsi e religione.
In India Tulsi è più di una semplice pianta e questo non è dovuto solo alle sue innumerevoli proprietà curative. Il Tulsi, svolge un importante funzione religiosa; è una delle piante più sacre degli indiani moderni, così come lo fu per gli Ariani, abitanti dell’India antica ed è un simbolo importante in molte tradizioni della religione Hindu, in cui viene venerata dai devoti al mattino e alla sera. La mitologia pauranica chiama il Tulsi Vishnu Priya, “l’Amata del dio Vishnu”ed esistono differenti storie nella Bhagavata e nel Mahabharata (antiche scritture e testi epici sacri), che descrivono come Tulsi, dea devota del Signore Vishnu, si reincarnò per l’ultima volta nella pianta Tulsi. Ciò spiega il perché in India questa pianta è adorata come una vera è propria forma di Dio. Ogni casa ne possiede almeno una ed è usuale vedere negli atri, nei giardini o all’entrate della case intere aiuole di Tulsi, quasi a formare un boschetto; dalle famiglie più umile a quelle più facoltose, lo scenario non cambia. E va sottolineato che non è posseduta così a scopo puramente ornamentale, ma in ogni ambito viene quotidianamente adorata come una vera Divinità. Intorno alla pianta si creano dei veri e propri altari, dove spesso sono aggiunte immagini di altre Divinità e dove tutto la famiglia si riunisce a pregare. Nell’ambito religioso la pianta di Tulsi ha un altro ruolo importante, in quanto il suo legno è ritenuto uno dei più pregiati se non il migliore per creare i Japa mala o semplicemente mala cioè delle corone sacre di 108 grani su cui vengono cantati, recitati i Santi Nomi, le preghiere.

Tulsi, caratteristiche della pianta.
Appartiene alla famiglia delle Lamiaceae (Labiateae) e i sui nomi sono Ocinum sanctum o anche Ocimum tenuiflorum L., Basilico Santo, Basilico Sacro, Holy basil e in India tulsi o tulasi.
Il Basilico santo è una pianta aromatica annuale, un arbusto alto fino a 1metro con rami verdi, rossastri o violacei. Il tronco della pianta,in genere,non supera il diametro di 6 cm.

Le foglie di 1-2 cm di lunghezza sono oblunghe di forma ellittica, intere, dentellate, pubescenti su entrambi i lati. Hanno venature sulla parte sottostante che contengono delle sottili ghiandole di olio.
I suoi bellissimi fiori sono piccolissimi, di colore viola chiaro, rosso-porpora, o bianchi; si trovano riuniti in verticilli. Le infiorescenze sono chiamate manjari.

I frutti hanno la forma di piccole nocciole ovoidali lisce.

I semi sono rotondi, piccoli, rossastri-marroni scuro.

Cresce selvatica nelle regioni calde e in quelle tropicali. È originaria dell’India e di altre regioni tropicali dell’Asia, ma cresce abbondantemente anche a Ceylon, in Cina, in Africa, in Grecia, in Australia, in Brasile ed in molti paesi arabi. Viene, inoltre, coltivato in maniera estensiva nell’America centrale e meridionale, principalmente per le sue proprietà medicinali.

Parti usate.
Vengono utilizzate tutte le parti della pianta. Le parti aeree si raccolgono prima che i fiori sboccino, all’inizio dell’estate.
Principi attivi:
Contiene flavonoidi (apigenina, luteolina), triterpeni (acido ursolico), rame in forma organica ed un olio etereo (1%), che comprende eugenolo (70-80%), metil-clavicolo, metil-eugenolo e cariofillene.

Impieghi terapeutici In Ayurveda.
Il Tulsi viene descritto nei testi ayurveda come di gusto pungente con sottofondo amaro, aromatico, molto digeribile, astringente, caldo, secco. È considerato una pianta dissipatrice di gas, aperitiva, digestiva, fragrante, salutare, distruttrice di vermi e cattivi odori, è usata per alleviare tutti e tre i dosha e viene impiegato soprattutto per la febbre. Gli studiosi della scienza ayurvedica riferiscono che essa contiene una forma di prana (energia, forza vitale) molto forte e capace di curare qualsiasi malattia. Ne consigliano l'uso ogni mattina (30 grammi circa di succo di foglie fresche) per prevenire lo squilibrio delle tre forze (vata, pitta e kapha) che legano alla carne i cinque "grandi elementi" terra, acqua, fuoco, aria, etere. È un componente di molti sciroppi ed espettoranti, in quanto aiuta a mobilitare il muco, eliminare il catarro in caso di bronchite ed asma.

In occidente.
Già consigliato da Plinio per la cura dell'epilessia, in Occidente il Tulsi era molto usato per fini medicinali ed entrava anche nella combinazione della "polvere dilettevole" di Nicola da Salerno. Vari studi, effettuati in vitro e in vivo sia su animali che su soggetti umani, dimostrano svariate proprietà e attività efficaci in diverse patologie, appartenenti al Basilico Santo:

  • Azione antiasmatica e salutistica verso l’apparato respiratorio.
  • Azione antinfiammatoria ed antipiretica.
  • Resistenza allo stress & effetto defatigante.
  • Effetti sul sistema nervoso centrale.
  • Azione antiossidante.
  • Attività antimicrobica verso batteri, virus e funghi.
  • Protezione epatica.Attività antitumorale.
  • Riduzione dell’ipertensione arteriosa.
  • Azione anticoagulante ed antitrombotica.
  • Effetti sul colesterolo Benefici nei casi di diabete mellito.
  • Prevenzione e trattamento delle ulcere gastriche.
  • Effetto antiradiazioni. Attività analgesica.
  • Azione antispasmodica.
  • Aderenze peritoneali post-operatorie.
  • Azione insetticida ed insettorepellente.

Forme farmaceutiche e dosaggi.
USO INTERNO:
Infuso 2-3%. Si prende una tazza al dì per la febbre e come tonico generale.
USO ESTERNO:
Polvere: Si friziona delicatamente la polvere sulle afte o le ulcere buccali parecchie volte al dì. L’assunzione quotidiana di un macerato ottenuto facendo stare per la notte intera della polvere in acqua, è utile per il diabete. Succo: Il succo si applica esternamente su punture degli insetti, tricofizie e malattie della pelle. Si può usare, inoltre, sotto forma di gocce per le infezioni dell’orecchio. Si applicano 10 ml sulla parte affetta 2 volte al dì.

Le foglie sono utili per la febbre. Una foglia al giorno previene dal cancro.
I semi si utilizzano per la dissenteria cronica, tosse e febbre.
I semi con acqua sono utili per i disordini mestruali.

OLIO DI TULSI: L’olio proveniente dalle foglie è presente in un gran numero di preparati erboristici. Viene prescritto per curare la tosse, le congestioni e, con l'aggiunta di un po' di miele, per risolvere i problemi e i disordini di stomaco non gravi.
Dose: Succo: 5-15 ml, semi: 5-10 gr

Tossicità del Tulsi.
Non ci sono particolari controindicazioni e la tossicità è minima. Sono stati condotti dei test sul Tulsi riscontrando un amplissimo margine di sicurezza che non si trova in alcuna droga sintetica: per il Tulsi il margine di sicurezza è pari a 306.

CONCLUSIONI.
Da un’esposizione generale si può notare come questa pianta dall’aspetto semplice, ma affascinate possieda un’interessantissima storia. Superficialmente la si potrebbe ignorare, classificandola come una comune specie dalla famiglia del basilico, ma approfondendo gli studi si noterà quanto può essere preziosa, sia per il corpo che per la mente. Come conclusione posso dire che il Tulsi è una pianta dalle grandi proprietà, che possono essere sfruttate per risolvere vari patologie senza recare gravi effetti collaterali e ottenendo buoni risultati. Mi auguro che in un prossimo futuro sia più frequente il suo utilizzo e che i suoi benefici diventino più noti e spero con questo mio discorso di aver invogliato la conoscenza di questa pianta e ancor più spero che la sua storia e le sue virtù si divulghino incessantemente regalando benessere, spiritualità e conoscenza.

martedì 3 marzo 2009

PSICHE E COSCIENZA.
CIBO PER IL CORPO E CIBO PER LA MENTE.
di Marco Ferrini.

Senza il risanamento della psiche, la conoscenza del sé e la realizzazione spirituale sono solo un miraggio poiché le rappresentazioni mentali distorte, oltre a generare pesanti squilibri e gravi patologie sul piano psicofisico, impediscono di accedere alla visione della Realtà. Per questo motivo la cura della mente deve essere parte integrante e indispensabile di un progetto globale di rieducazione che abbia per scopo ultimo la realizzazione spirituale(1). Per modificare gli automatismi mentali dobbiamo intervenire sui contenuti psichici; per intervenire sui contenuti psichici è indispensabile modificare le abitudini, cominciando dal cibo che forniamo alla mente. La mente, come il corpo, va nutrita. C’è quindi un cibo per il corpo ed un cibo per la mente; in entrambi i casi è necessario un processo digestivo che può essere più o meno facile: vi sono infatti alimenti indigesti che producono tossine e originano malattie e alimenti sani e nutrienti che danno vigore e lucidità al complesso fisico e a quello mentale. Finché non cambia il cibo con cui nutriamo la mente, essa non può cambiare i propri modelli di comportamento. La coscienza condizionata è come un campo: il campo mentale (citta); quel che seminiamo in questo campo è destinato a crescere e inevitabilmente a dare frutti, nel bene e nel male. La mente si nutre di tre tipi di cibo: il primo è quello che nutre anche il corpo fisico, il secondo è costituito da impressioni, emozioni e pensieri, nutrimento quantomai importante e delicato, da cui dipende la salute della sostanza psichica; il terzo e più importante sono i guna(2), gli elementi strutturanti dell’universo, i fondamenti sottili della materia i quali, pur essendo indistruttibili ed ineliminabili, possono essere trasformati nei loro reciproci rapporti di forza. La mente, infatti, attraverso il cibo fisico, le impressioni e la progressiva trasformazione dei guna, può gradualmente migliorare la propria caratteristica dominante passando da tamas a rajas e da rajas a sattva. Secondo la tradizione Vedica, la più sicura ed efficace via per la trasformazione migliorativa del carattere è costituita dalla compagnia di persone sante(3) le quali, in forza del loro personale esempio, ispirano modelli di vita puramente sattvica. Fino a tempi recentissimi gli esperti delle neuroscienze affermavano che ogni giorno nell’organismo umano muoiono circa cento milioni di neuroni destinati a non rigenerarsi più. Oggi quest’affermazione è messa in dubbio; un fatto è comunque certo: che tale processo viene accelerato da abitudini scorrette, purtroppo assai diffuse, come ad esempio l’uso di intossicanti. In Italia muoiono 80mila persone all’anno per i danni provocati dal fumo e 40mila a causa dell’alcool. Anche senza voler considerare i casi limite, l’assunzione di eccitanti di qualsiasi tipo, da quelli apparentemente innocui, come la caffeina, ai più dannosi, come gli oppiacei, non può che turbare l’equilibrio psicofisico della persona che, dopo un’iniziale eccitazione, piomba in uno stato di profonda depressione, malattia oggi non a caso largamente diffusa (quattrocento milioni nel mondo solamente i casi diagnosticati). Ciò porta di conseguenza all’insorgere di gravi disturbi del fisico e della personalità: nevrosi, psicosi e demenza senile, oggi tutti in continua crescita. L’Ayurveda(4) spiega in maniera accurata e scientifica come ogni scorretta abitudine di vita comprometta la salute del corpo e della mente. La sovralimentazione, ad esempio, è una delle cause principali dell’invecchiamento precoce e di tante altre malattie: tutto quel che mangiamo in più rispetto al nostro fabbisogno, si trasforma in veleno. Altrettanto deleteria è la tendenza opposta, quella che porta ad assumere una quantità di cibo al di sotto delle nostre necessità. Ad uno sguardo superficiale le conseguenze di questo e di numerosi altri comportamenti passano pressoché inosservate, ma queste azioni, ripetute nel tempo, si trasformano in abitudini, che finiscono per determinare la struttura psicofisica di un individuo, il suo carattere e quindi la qualità della sua vita, presente e futura. L’insoddisfazione, l’avidità, l’invidia, la collera, la paura ed altri sentimenti negativi sono tutti prodotti dell’ego, riflessi di ahamkara(5), la percezione distorta di sé. Quando la coscienza di un individuo è integralmente proiettata all’esterno, percezioni ed emozioni si modificano di continuo, a seconda degli eventi e delle circostanze; ciò provoca un alternarsi estenuante e penoso di eccitazione e depressione, esse stesse malattie e a loro volta causa di molti altri mali. Quando invece la coscienza è rivolta interiormente e il fulcro è il sé spirituale, qualsiasi cosa accada all’esterno non turba più: la concentrazione sulla realtà, quella immutabile, trascendente, consente di sperimentare un profondo benessere, fino alla beatitudine che scaturisce dalla piena consapevolezza della nostra natura profonda e di quella del fenomenico(6). I Veda spiegano che esistono tre livelli di mente: manas, la mente esteriore, sensoriale, lo strumento del pensare superficiale, con funzione totalmente estrovertita; buddhi, la mente intermedia o intelligenza e cittah, la mente profonda e inconscia, talvolta definita coscienza condizionata. Quest’ultima è sicuramente molto più vicina al sé spirituale di quanto non lo siano le prime due ma non per questo rappresenta il più alto livello di consapevolezza: quando si parla di mente profonda siamo infatti ancora nell’ambito di ahamkara, la coscienza riflessa o, appunto, condizionata; la pura coscienza è situata oltre, al di là di spazio e tempo e quindi al di là di ogni pur sottile identificazione con il fenomenico. La mente sensoriale è estremamente mutevole e fallibile, in quanto sempre soggetta all’interazione dei sensi con i loro oggetti. I sensi riversano all’interno della mente superficiale fiumi di informazioni e di sensazioni, generando un susseguirsi incessante di impressioni e di desideri legati al mondo del divenire e perciò estranei alla vera natura e felicità dell’essere. L’individuo che non percepisce la realtà situata oltre manas, rimane irretito, travolto da questo flusso di impressioni (vritti) e di desideri e tenta di appagarli sottoponendosi a fatiche, privazioni, sofferenze; ma la sua disperata ricerca di felicità è destinata a rimanere frustrata. Quando la persona prende nuovamente coscienza della sua identità profonda, quella spirituale, diventa capace di discriminare tra sat e asat(7), tra realtà e illusione (tattva-viveka); la sua intelligenza (buddhi) si illumina e non lascia filtrare nella coscienza profonda ciò che la mente esteriore senza sosta propone, causa certa di inquinamento(8) e sofferenza. Come già affermato, così come per il corpo, esiste un cibo anche per la mente ed entrambi vanno scelti con cura. Per il corpo sono da evitare gli alimenti conservati poiché hanno esaurito o fortemente ridotto il loro contenuto pranico, vitale, e ancor più quelli che trasformati in cibo con atti di violenza; si dovrebbe egualmente evitare di mangiare con ingordigia, con avidità, in quantità eccessive o in orari poco adatti poiché gli effetti del cibo su corpo e psiche dipendono in buona parte dal modo e dallo stato mentale con cui esso viene assunto. E’ parimenti importante nutrire la mente di pensieri, desideri ed emozioni in armonia con l’ordine cosmico e divino (ritam, dharma), tenendo accuratamente a distanza quei contenuti psichici che inquinano sia la mente superficiale che quella profonda. Questi oggetti psichici contaminati e contaminanti lasciano nell’inconscio delle tracce, delle impressioni profonde, ‘solchi’ (samskara) e tendenze (vasana), che in seguito determineranno i cosiddetti automatismi mentali. Attraverso la ricerca costante di purezza, di situazioni, compagnie, visioni e suoni sattvici, l’individuo si libera gradualmente dei fardelli karmici(9) più pesanti, riacquistando visione spirituale e fede nella Realtà superiore, favorendo con ciò il benessere e la crescita propri ed altrui. Va sottolineato infatti che ogni squilibrio psichico, come la depressione ed altre malattie mentali, dalle più lievi nevrosi alle più gravi psicosi, per quanto apparentemente legato a situazioni esteriori e non dipendenti dal soggetto che ne soffre, secondo i Veda ed anche secondo la mia esperienza, trova invece le sue profonde radici in un utilizzo scorretto dell'intelligenza, in una volontaria o involontaria infrazione al dharma, all’ordine cosmico che tutto sostiene e che costituisce il fondamento di ogni equilibrio. Quando la persona anziché muoversi in armonia con il dharma, lo infrange, il suo apparato psichico è il primo a risultarne danneggiato, più o meno gravemente a seconda dell’errore commesso. In ultima analisi quindi, le malattie sono causate dalla distorta percezione di sé, che costringe corpo e mente a comportamenti dannosi ed artificiali. Quando si riprende consapevolezza della nostra natura spirituale e non ci si identifica più con il corpo e con la mente, quando il soggetto si riappropria dei suoi preziosi strumenti senza venirne più condizionato e dominato, è allora che si impara ad utilizzarli nel modo corretto. Così facendo è anche possibile riguadagnare la salute psicofisica. La guida di una persona illuminata che educhi alla discriminazione (viveka) tra ciò che è reale e ciò che non lo è, aiutando l’individuo a ristabilirsi nella mente profonda perché acceda alla visione spirituale e alla consapevolezza della sua vera natura, è indispensabile per potersi guardare dentro, diventare consapevoli dei propri comportamenti e delle loro conseguenze ed uscire dai propri condizionamenti mentali. Nella tradizione vedica tale persona è il Guru, il Maestro spirituale, grazie al quale è possibile cambiare le proprie abitudini ed invertire la rotta esistenziale. Il Guru è dunque per il discepolo molto più di uno psicologo, in quanto non indica solamente come sanare gli squilibri della psiche per riportarla ad un cosiddetto livello di ‘normalità’ ma insegna anche a come trascenderla, a come andare oltre questo strumento costituito di prakriti che, per quanto correttamente funzionante, rimane pur sempre limitato ed incapace di cogliere ciò che è oltre la materia: il mondo dello Spirito. Esistono infatti, fortunatamente, anche comportamenti che esercitano un’influenza assai benefica sul nostro complesso psico-fisico, e che il guru rafforza con i suoi insegnamenti e soprattutto con il proprio esempio. Lo sviluppo della consapevolezza di sé attraverso la devozione a Dio e al Maestro spirituale, seguendo alcune regole comportamentali come la compassione, la non violenza, la continenza sessuale, sono un rimedio efficacissimo contro tutta una serie di disturbi psicofisici. In generale, strutturare la propria vita secondo abitudini sane e regolate, come andare a riposare presto, alzarsi di buon mattino e dedicarsi alla meditazione, mangiare cibo fresco, fare le cose giuste ad orari regolari, curare la pulizia del corpo e della mente, aiuta a prevenire e a curare numerose malattie. Enorme è il beneficio apportato dallo sviluppo della devozione a Dio, perché induce a pensare in maniera positiva, intrattenendo sentimenti di empatia, amicizia e solidarietà verso tutte le creature, non soltanto quelle umane, ed evitando pulsioni distruttive come la collera, la concupiscenza, l’avidità, l’invidia o il rancore. La positività non va certo scambiata col sentimentalismo di stampo fatalistico. Non si deve essere astrattamente positivi, bensì impegnarsi, agire concretamente secondo un progetto ben strutturato in vista di un progresso spirituale, altrimenti sarà solo una farsa di breve durata. Pensare positivamente significa vedere i problemi ed elaborare prontamente le soluzioni secondo regole dharmya(10). Le lamentele sono sintomo di scarsa intelligenza e di scarsa visione: privano di energia, spossano, deprimono ed impediscono di reagire, di studiare il problema in tutte le sue componenti, di analizzarlo alla luce del ragionamento (vitarka) e della conoscenza (jnana), in modo da poterlo affrontare e risolvere(11). In caso di bisogno, quando, dopo aver tentato, da soli non riusciamo a trovare una soluzione ai nostri problemi cruciali, i Veda consigliano di rivolgersi al guru o ad altre persone sagge, per consigli. Ma beninteso, la responsabilità delle decisioni non è delegabile in alcun modo. Riuscire a sviluppare una mentalità positiva non è scontato né gratuito. Occorre predisporsi al meglio e coltivare quelle abitudini che favoriscono il perfetto controllo e la corretta gestione del complesso psico-fisico. Quel che c’è da fare è aggiustare i gusti, a tutti i livelli. E’ indispensabile, ad esempio, nutrirsi di un cibo sattvico: alimenti vegetariani, che provocano la minor sofferenza possibile ad altri esseri viventi, ingredienti semplici, freschi, puliti, cucinati ed offerti a Dio con gratitudine e amore. Il cibo sattvico influenza il corpo e la mente in maniera sattvica. Il cibo tamasico o rajasico scarica invece sulla struttura psicofisica tutta una serie di vritti(12) anch’esse tamasiche o rajasiche, di ostacolo allo sviluppo di una mentalità positiva. La qualità dei nostri pensieri è quindi conseguenza del nostro comportamento: il cibo, le compagnie, l’ambiente sociale, le azioni, determinano i contenuti mentali e questi, a loro volta, determinano l’agire, influendo notevolmente sulla salute psico-fisica della persona, sul suo carattere e sul suo destino. Attraverso il sistema nervoso gli stati emotivi e psichici vengono infatti trasmessi alle cellule dell’organismo. La salute quindi non può essere ristabilita soltanto attraverso accorgimenti di tipo chimico-farmaceutico. La stanchezza, la mancanza di memoria, l’impotenza, ad esempio, spesso non sono causati da disfunzioni organiche ma piuttosto da potenti automatismi mentali. Naturalmente anche attraverso la chimica è possibile trasformare gli stati psicofisici, sia in positivo che in negativo; basti pensare a certi farmaci che riducono l'azione rajasica sedando nell'individuo quelle sovra eccitazioni che potrebbero danneggiare lui stesso e gli altri, oppure ai tremori e alla perdita di memoria provocati dall’assunzione di alcool o agli effetti devastanti dell’acido lisergico (LSD). Simili droghe fanno straripare il fiume magmatico dell’inconscio sul piano cosciente, in un momento in cui il soggetto non è in grado di gestirlo sottoponendolo alla luce discriminante dell’intelligenza, ad una coscienza sufficientemente lucida; i danni è facile immaginarli. L’influenza psichica riveste un ruolo decisivo nella gestione di tutto il corpo fisico. Il sistema nervoso funziona come quadro di comando per tutte le funzioni del complesso psico-fisico. Gli oltre cinquanta trilioni di cellule del nostro corpo vengono in ogni momento informate e regolate dal sistema nervoso il quale determina, direttamente o indirettamente, tutte le funzioni, dagli scambi elettrochimici delle sinapsi tra neuroni, alle importanti decisioni cruciali della vita: se un individuo comincia a coltivare pensieri positivi, elevati, le cellule neuronali ricevono questi stimoli positivi e inviano ‘cellule messaggere’ in tutto il corpo, aumentando il numero e la qualità delle loro prestazioni, inoltre, gruppi di cellule precedentemente inattive possono rientrare egregiamente in funzione. Le ‘cellule soldato’, quelle che individuano gli elementi nocivi presenti nel corpo ed intervengono per combatterli, si rafforzano se sostenute da una mentalità positiva generata da una consapevolezza profonda. La psiche infatti non è localizzata in un solo punto, nel cervello: ogni cellula, ogni organo, ha la propria intelligenza, grazie alla quale esplica le proprie funzioni in quella che negli antichi testi vedici viene definita la città dalle nove porte(13), ovvero il corpo: un universo animato regolato con perfezione da sottilissimi equilibri, del tutto simile al più grande universo cosmico. Secondo i Veda, come il microcosmo del corpo umano ha la sua controparte nel macrocosmo universo, così la psiche umana ce l’ha nella psiche cosmica e l’anima umana nell’anima cosmica. I Veda e in particolare le Upanishad, rimandano continuamente al rapporto tra micro e macrocosmo per far comprendere l’unitarietà che collega tutti gli esseri tra loro, con il creato e con il Creatore, Dio. Quando invece i contenuti psichici sono negativi si esplicitano in collera, concupiscenza, odio, malumore, invidia, delusione, depressione, e le cellule soldato ricevono dalle messaggere cattive e scoraggianti notizie, per cui si confondono, si indeboliscono e vengono facilmente sconfitte dagli agenti patogeni esterni, dagli ‘invasori’, lasciando libero corso alla malattia. Tutto ciò avviene attraverso canali esterni all’io cosciente. Anche se pensiamo che certe impressioni, emozioni e pensieri siano diretti ad altri, a quelli che magari consideriamo i nostri rivali, in realtà essi si volgono prima di tutto contro noi stessi, compromettendo gravemente le nostre funzioni psicofisiche. Se un individuo è sotto l’effetto di tamoguna, che corrisponde all’indolenza psichica, al tramortimento della coscienza(14), o se è in preda a eccitazione provocata da sentimenti rajasici come il desiderio, l’ira o il rancore, le sue cellule e i suoi organi non possono che risentirne, talvolta in maniera devastante. Come il corpo produce varie sostanze di scarto, così il rifiuto fisiologico della psiche è costituito da pensieri negativi, ottenebrati che, in un corpo sano, devono venire espulsi. A differenza però dei rifiuti organici, le tossine mentali possono venire neutralizzate non con la rimozione, bensì riorganizzando l’ambiente e in primo luogo selezionando le impressioni, le compagnie, il cibo, il comportamento; in altri termini curando, sanando, sublimando l’individuo su tutti i piani antropologici. Per poterlo fare è indispensabile individuare in profondità le cause che hanno prodotto quei pensieri e l’opera da compiere ricorda in qualche modo quella dell’archeologo impegnato a riportare in superficie oggetti che giacciono sul fondo. In questo caso si tratta di oggetti di natura psichica che ristagnano nei meandri oscuri dell’inconscio dove, per le cause suddette, si origina tutta una serie di complessi e di disturbi della personalità. Il ricercatore spirituale che opera attraverso la bhakti(15) vive una trasfigurazione antropologica che potenzia tutte le sue qualità e caratteristiche individuali, depotenziando contestualmente gli interessi egoico-mondani e le pulsioni distruttive inconsce. La bhakti guarisce la mentalità turbolenta ed unilateralmente rivolta all’esterno, in quanto consente di sganciare la mente dalla dittatura dei sensi e i sensi dagli attaccamenti verso i loro oggetti (vishaya) nel mondo esteriore, permettendo così di intraprendere il viaggio verso l’interiorità e di riscoprire che la beatitudine e l’immortalità non si trovano fuori ma dentro, nella consapevolezza del sé, in quella dimensione spirituale ben descritta nella Bhagavad-gita, nelle Upanishad e in altri testi vedici. La bhakti è l’insegnamento conclusivo delle Sacre Scritture vedico-vaishnava. In quanto religione dell’amore essa troneggia sulle contrastanti forze titaniche della natura e le armonizza, permettendo di conseguire con prodigiosa naturalezza la coniunctio oppositorum che in occidente fu tanto ricercata anche dagli alchimisti. Per questo viene considerata la via maestra per giungere allo stato di nirdvandva, la libertà dai condizionamenti degli opposti. Chi è sempre incline a pensieri negativi e non riesce a vedere la soluzione ai propri problemi va considerato malato a tutti gli effetti, esattamente come chi soffre di fegato o di cuore, e quindi va trattato con compassione. I problemi più gravi sono costituiti dai blocchi affettivi e dall’incapacità di esprimere le emozioni. Tra coloro che non riescono ad aprirsi, a parlare delle proprie difficoltà, tra i più gravi notiamo gli autistici. Anche l’atteggiamento opposto: la logorrea e l’autoesaltazione, è però anch’esso sintomo di grave malessere psichico. Nevrotici e psicotici sono veri e propri divoratori di energie, proprie ed altrui perciò, nonostante abbiano un ruolo sociale, finiscono spesso per venire evitati da tutti sul piano umano e vivono in un deserto affettivo. La compagnia di persone sobrie, equilibrate, mature, spiritualmente elevate, in grado di dispensare affetto e conoscenza, risulta la migliore cura per loro, e più in genere, per qualsiasi disturbo della personalità. Per una riarmonizzazione dei vari strati della personalità, gli antichi testi ayurvedici consigliano terapie particolari, non costose, ecologiche e soprattutto molto efficaci. In primo luogo sottolineano l’importanza di condurre una vita onesta (arjavam), nel senso più ampio del termine, rispettosa delle leggi di Dio e degli uomini; è fondamentale inoltre che ognuno crei nella propria dimora uno spazio dedicato al sacro, una stanza con immagini della Divinità e del Guru dove poter attuare pratiche che permettono di rigenerarsi, di ricaricarsi di energie positive, di riarmonizzarsi continuamente con l’ordine che sostiene l’intero universo. Queste pratiche immensamente benefiche, sperimentate con successo per millenni, possono essere raggruppate in quattro categorie principali: arcanam, ovvero l’adorazione del Divino in una forma particolare detta Murti, japa o samkirtana, l’invocazione e la meditazione individuale o collettiva sui Nomi divini, svadhyaya, lo studio dei testi sacri attraverso cui approfondire l’introspezione e satsanga, la compagnia di persone profondamente religiose. Gradualmente, assieme ad un retto comportamento(16), le suddette pratiche sgombrano il campo psichico da ogni infiltrazione negativa, consentendo un completo ripristino delle facoltà mentali ed intellettuali, e in generale della salute dell’individuo su tutti i piani. Il saggio non si lascia coinvolgere in pensieri negativi, neanche in situazioni comunemente considerate drammatiche; ci riesce grazie ad una devozione ininterrotta che lo connette stabilmente al Supremo. Per ottenere il controllo emotivo di fronte agli eventi è essenziale lo sviluppo di due qualità fondamentali: abhyasa, la pratica spirituale costante, e vairagya, il distacco emotivo dal fenomenico(17). Ciò ovviamente non significa diventare emotivamente insensibili, simili a pietre, ma non lasciarsi più suggestionare dai fenomeni esterni, rimanendo continuamente collegati alla sfera della Realtà. Significa passare dal sentimentalismo al vero sentimento. Questo livello di coscienza non è facile da raggiungere, è tuttavia possibile attraverso la devozione a Dio; sono indispensabili onestà, tempo e impegno. Proprio come uno scienziato, il sadhaka(18) può sperimentare su sé stesso, nel laboratorio della vita quotidiana, quanto sia diversa l’influenza esercitata da uno stato mentale piuttosto che da un altro. Secondo i Veda, occorre però che un Maestro realizzato nella scienza del Sé lo guidi nei suoi ‘esperimenti’, che gli indichi quali strumenti utilizzare e quali metodologie applicare, altrimenti le prove risulteranno inconcludenti, dolorose, talvolta costellate di amare sorprese. Occorre un Guru che sia presente con il suo esempio e i suoi insegnamenti e che orienti il discepolo verso la devozione a Dio, verso un pensiero di luce, verso la comprensione più elevata, quella di natura spirituale. Lo studente applica la conoscenza spirituale ricevuta dal Maestro e a lui si rivolge ogni volta che incontra serie difficoltà, in modo da capire dove ha sbagliato e come potersi correggere. Affinché ciò sia possibile, Guru e discepolo devono conoscersi a fondo, devono aver sviluppato una profonda, autentica relazione personale, basata su reciproci stima, affetto, lealtà. Ciò solitamente non può avvenire senza una iniziale frequentazione assidua infatti, nella società vedica, il discepolo viveva un consistente periodo della sua vita nella casa-scuola del Guru (Gurukula). Come ad un medico risulterebbe difficile curare un paziente vivendo a migliaia di chilometri di distanza, così il Maestro spirituale, almeno in una fase preliminare, deve stare in contatto con il discepolo, stimolarlo ad applicare la cura e somministrare di volta in volta la ‘medicina’ di cui più necessita. In un secondo momento, quando la relazione spirituale è diventata solida, quando si è stabilita una forte empatia, la distanza fisica non rappresenta più un ostacolo: il discepolo ricorda e si accorda agli insegnamenti del guru; inoltre, in quello stadio, i messaggi arrivano anche per via telepatica. Il rapporto Guru-discepolo non deve quindi essere né virtuale né rigidamente gerarchico. Il Maestro corregge lo studente per il suo bene, per autentico affetto nei suoi confronti; non opera per ottenere una qualche ricompensa; la cura che offre è totalmente gratuita, ecologica ed olistica, volta interamente allo sviluppo della personalità del discepolo secondo le sue tendenze naturali. La salute spirituale ovvero, la consapevolezza del rapporto con Dio, genera tutte le altre: quella intellettuale, quella mentale, quella fisica, quella sociale, quella economica, illuminando ogni angolo buio della mente e sviluppando appieno la personalità. Nei Veda la luce è sempre sinonimo di illuminazione interiore, di intuizione, di conoscenza, e la suprema sorgente di luce è Dio. La fiaccola della fede e dei pensieri elevati, fondati su sat, dovrebbe essere protetta e alimentata ogni giorno. Perché ciò sia possibile è indispensabile l’aderenza ai principi del dharma, essenziali sia per la prevenzione che per la cura delle tante malattie mentali contratte a causa di avidya, la mancanza di consapevolezza spirituale. La salute del complesso mente-corpo non può venire altro che dalla presa di coscienza del paziente della propria natura spirituale, consapevolezza che conduce l’individuo ad un pronto recupero di armonia con sé stesso e con l’universo nel quale è inserito. Secondo la medicina moderna, molto difficilmente si può guarire da certe gravi malattie fisiche e mentali; il modello bio-medico dominante purtroppo prende in scarsa considerazione le interattive dinamiche corpo-mente e spirito, per cui tende a minimizzarle, se non addirittura a negare l’importanza della consapevolezza spirituale nel processo di guarigione. Da molte malattie, anche gravi, secondo l’Ayurveda si può guarire ma occorre che il paziente lavori con onestà, costanza e profondo impegno sotto la guida di un esperto terapista, sottoponendosi con fiducia ad un sadhana rigoroso, e sempre ricercando Krishna prasadam(19). Così come per entrare in possesso di denaro occorre lavorare, allo stesso modo, per avere una mente sana, che produca pensieri positivi, benefici, occorre coltivare la purezza: nel pensiero, nella parola e nell’azione, giungendo a stabilire una relazione armonica con il Cosmo e a vivere nel rispetto delle leggi divine. Il ‘pensiero elevato’ non fiorisce in maniera artificiale; i contenuti psichici sono autenticamente elevati quando la persona vive con coerenza i principi che governano l’universo, in armonia con essi. Quest’armonia, come una sorgente che sgorga senza sosta, è capace di rigenerare in continuazione pensieri, impressioni ed emozioni, togliendo quella polvere dell’illusione (maya)(20) che nell’universo fenomenico tende a ricoprire ogni cosa. La saggezza orientale insegna, qual è l’utilità di cercare la luna nel pozzo, anziché ammirarla direttamente in cielo, in tutto il suo splendore? Similmente: qual è l’utilità di andare a cercare il fascino e la gioia nel mondo, se neanche conosciamo noi stessi e non siamo collegati a Dio, Sorgente di questo fascino? Per godere stabilmente di buona salute, nessuna delle nostre attività dovrebbe prescindere dal bene degli altri, dall’armonia con l’universo, dal contatto con l’Origine del tutto. L’autentica coscienza di Dio, la coscienza del supremo Creatore e Reggitor dei mondi, dell’infinitamente Affascinante(21), è garanzia di benessere in senso globale. In tale stato di coscienza tutte le cellule del corpo vengono nutrite non solo fisicamente ma anche psichicamente e spiritualmente, con pensieri nobili, puri, elevati. I Veda spiegano che è possibile gestire il proprio corpo, l’economia, il lavoro, la vita familiare e religiosa senza sviluppare nevrosi, senza diventare depressi o eccitati, irresponsabili o quant’altro. Le richieste del complesso psicofisico non vanno negate o rimosse ma soddisfatte sublimandole, in maniera che non diventino di ostacolo alla realizzazione spirituale. In questo modo il corpo e la mente diventano strumenti estremamente preziosi, funzionali alla nostra crescita globale. Dovremmo vivere con la consapevolezza che dal nostro attuale livello di coscienza dipenderà la nostra condizione esistenziale futura(22). Lo scopo dell’esistenza è la realizzazione spirituale, il porsi nuovamente in contatto (yoga) con la Realtà, con l’origine, e con il sostegno supremo di tutto ciò che esiste: Dio. Realizzare Dio significa riscoprire anche noi stessi e la nostra ontologica natura di immortalità, conoscenza e beatitudine (sat, cit, ananda); significa trascendere l’ego illusorio ed entrare nuovamente in armonia con noi stessi, con Dio, con il creato e con le creature tutte.

(1) Bhagavad-gita VI, 6-7: “Per colui che ha conquistato la mente, questa diventa la sua migliore amica…Chi ha conquistato la mente ed ottenuto così la pace, ha già raggiunto l’Anima suprema…”.
(2) L'energia materiale “esprime” tre influenze che con il loro condizionamento caratterizzano i jivabhuta, gli esseri incarnati. Esse sono: tamoguna, corrispondente ad ignoranza, stolidità, letargia; rajoguna, corrispondente ad agitazione, ansietà, eccitazione e sattvaguna, corrispondente ad equilibrio, bontà, luminosità, armonia. Il termine guna ha più significati, ma i due più importanti sono quelli di ‘qualità’ e di ‘corda’; quest’ultimo sta a significare che queste influenze legano l’essere vivente al mondo empirico.
(3) Charaka Samhita: sharirasthanam I. 142-147. Bhagavad-gita: IV. 34.
(4) Lett. ‘Scienza della vita’. Antica scienza medica olistica, contenuta nell’Atharva Veda, che considera la salute fisica inevitabilmente connessa a quella psichica e a quella spirituale. Come molte medicine orientali, si basa soprattutto sulla prevenzione.
(5) Corrispondente ai contenuti psichici dell’individuo, con cui questi si identifica, letteralmente significa ‘io, colui che fa’.
(6) “Per qualunque motivo la mente irrequieta e instabile cerchi di proiettarsi all’esterno, ogni volta egli [lo yogin] deve fermarla e sottometterla soltanto al Sé. [...] Così soggiogando costantemente sé stesso, lo yogin, scomparsa ogni impurità, facilmente attinge la felicità infinita che consiste nell’unione col Brahman” (B.g. VI.26; 28).
(7) Lett. ‘ciò che è’ e ‘ciò che non è’.
(8) Per contaminazione s’intende ciò che va contro il dharma, l’ordine cosmico.
(9) Karma, lett. ‘azione’, in senso più ampio sta ad indicare non solo l’atto in sé, ma anche le sue conseguenze.
(10) In armonia con il dharma, l’ordine cosmico.
(11) Cfr. Ramayana, Sundarakanda, shloka 17-18: “Colui che nella difficoltà sopraggiunta domina il proprio sgomento, grazie al proprio vigore riesce a raggiungere lo scopo. Non si deve cedere alla disperazione; essa è il peggior veleno che, come un serpente incollerito, uccide l’ignorante e lo sciocco”.
(12) Onde, vortici mentali, ben descritte da Patanjali nei suoi Yogasutra.
(13) Cfr. B.g. XIV. 11.
(14) In vari testi vedici e in particolare nella Mandukya Upanishad, vengono descritti i differenti stati dell’essere (veglia, sonno, sonno con sogni...); ciò conferma le elevate ed approfondite conoscenze dei saggi vedici in materia di psicologia del profondo.
(15) Amore e devozione reciprocati per Dio e per il Maestro, come attestato in Shvetashvatara-upanishad VI.23.
(16) Cfr. yama e niyama nel Sadhana-pada degli Yogasutra di Patanjali, e Bhagavad-gita XIII.8-12.
(17) Cfr. B.g. VI. 35.
(18) Chi pratica il sadhana, la disciplina spirituale, lett. ‘ciò che guida dritto allo scopo’.
(19) Lett. ‘misericordia’.
(20) Lett. ‘non questo’.
(21) In sanscrito: Krishna
(22) Cfr. Bhagavad-gita XIII.22.
IL CIBO COME COMPLEMENTO ALLA VITA SPIRITUALE.
di Marco Ferrini.


Come ci spiegano i testi della letteratura indovedica, quello che mangiamo non solamente determina quello che noi siamo ma può essere determinante per quello che vogliamo diventare. Attraverso una scelta attenta della nostra dieta, possiamo cambiare radicalmente il nostro approccio alla vita, i nostri stati d'animo e la nostra relazione con il prossimo. Il cibo ci nutre ad ogni livello, nutre sia il corpo che la mente, e dalla sua qualità dipende il benessere dell'individuo nell'interezza della sua costituzione psicofisica. Inoltre e soprattutto il cibo dovrebbe essere preparato e cucinato secondo modalità che favoriscono un affinamento della coscienza e delle sue qualità superiori per permettere un'elevazione etico-morale e spirituale.

E' importante dunque scegliere una dieta, è altrettanto importante però cucinare in modo corretto. Il nostro intento è quello di proporre del cibo sano, servito nella quantità giusta con metodologie di cottura che lo mantengano integro ed equilibrato. Una dieta dovrebbe essere vegetariana e rispettare le regole del cibo che viene offerto a Dio (niente carne, pesce, uova) ed essere anche in armonia con i fondamentali princìpi di una alimentazione sana. Spesso per disattenzione e per la poca importanza che si dà all'alimentazione si finisce per rifugiarsi in cibi che ci nutrono e che ci danno piacere solo superficiale. Le fritture, gli eccessi di zuccheri, lo scegliere sempre gli stessi cereali per nutrirci, il condire troppo con spezie e grassi, ci fa ammalare, rimanere insoddisfatti e poco lucidi e ciò è controproducente anche su di un piano spirituale, poiché questo tipo di alimentazione non aiuta il nostro impegno nelle pratiche per l'elevazione della coscienza.

Dieci regole importanti per un'alimentazione sana:
  1. Mangiare cibo vegetariano, cucinato con la giusta coscienza e come offerta a Dio.
  2. Scegliere cibi che possano essere assimilati lentamente dal nostro organismo e che producano scorie sufficienti per un suo buon funzionamento. Pochi cibi raffinati e zuccheri, niente eccitanti (con una dieta equilibrata non se ne sentirà nessun bisogno), escludere completamente le bevande alcoliche.
  3. Mangiare molto frutta e verdura alternando il cotto e il crudo; il cotto si assimila più facilmente e riscalda, il crudo mantiene integre le vitamine e la forza vitale dell'alimento.
  4. Scegliere cereali diversi ogni giorno, diversi da riso e frumento, ad esempio farro, mais, miglio. I cerali soprattutto se integrali devono essere ben cotti.
  5. Limitare i formaggi stagionati alternandoli a leguminose che è preferibile servire decorticate per evitare digestioni lunghe e laboriose. Consumare altresì latticini freschi e yogurt. Quest'ultimo aiuta la digestione e ci dà sostanze preziose.
  6. Diminuire i condimenti. Ogni alimento ha un suo carattere predominante (salato, amaro, dolce, piccante e acido), un condimento in suo contrasto è utile a valorizzarne le caratteristiche, è sbagliato sovrastarle e perderne l'essenza. Solitamente si utilizza almeno il 30% di condimento di troppo.
  7. Non aggiungere grassi inutili perché solo nella quantità giusta aiutano la digestione e sono il “ponte” tra noi e il cibo, aiutandoci a distinguerne le caratteristiche.
  8. Mangiare preferibilmente poche volte al giorno. A colazione cereali, latte, yogurt e frutta, a pranzo cereali, verdura cotta e cruda, proteine vegetali e derivati del latte, a cena una minestra e della verdura cotta. Tradizionalmente il pane è un alimento essenziale, ma deve essere ben integrato e moderato nelle quantità.
  9. Quantificare il cibo a seconda dei nostri reali bisogni.
  10. Degustare attraverso i cinque sensi il cibo offerto a Dio con l'intento di coglierne l'essenza. Cercare di sviluppare la coscienza per riconoscerne il valore intrinseco, naturale e spirituale. Ciò è possibile mangiando lentamente, con gusto e masticando bene ogni boccone, con attenzione, meglio se in silenzio.
CIBO PER IL CORPO E CIBO PER LA MENTE
NELL'ARMONIZZAZIONE E SVILUPPO DELLA PERSONALITA'.


Un esame accurato e ben documentato quello fatto dal prof. Ferrini sui costi sociali, ambientali e psichici legati al consumo di carne. Viviamo in un mondo in cui gli abitanti dei paesi poveri muoiono di fame perché una parte considerevole di cereali viene utilizzata come foraggio per rendere la carne degli animali da macello più grassa e più gradita ai cittadini delle nazioni ricche, i quali, anche a causa di questo tipo di alimentazione muoiono per infarto, tumore e altre malattie cardio-vascolari. A questo scenario tetro vanno aggiunti anche i costi ambientali che la dieta carnea comporta: foreste abbattute per fare spazio ai pascoli, terre fertili trasformate in deserti, impoverimento delle riserve d’acqua. E a peggiorare la situazione sono i disturbi della personalità legati alla nutrizione, in particolare anoressia, bulimia e obesità. La letteratura clinica riporta con grande frequenza la genesi di tali disturbi dell’alimentazione dovuta ad un vissuto traumatico, come depressione, perdite affettive, maltrattamento e abuso sessuale intra-familiare in età precoce. All’origine di questi disagi sono inoltre spesso riscontrabili rapporti conflittuali con i genitori o tra di loro. La scelta di non alimentarsi fino al rischio di morte (anoressia), mangiare quantità seriali di cibo per eliminarlo con il vomito auto-indotto più volte al giorno, anche con uso e abuso di lassativi e diuretici (bulimia), l’assunzione di cibo senza limite fino a raddoppiare o triplicare il proprio peso (obesità), sono patologie che generano dipendenza. Queste gravi patologie sono riconducibili ad una richiesta d’aiuto non verbalizzata. Non è quindi l’appetito a dover essere curato, piuttosto il soggetto e la sua storia. Il cibo non deve essere un’arma di rivalsa per imporre la propria personalità su di un’altra. I disturbi dell’alimentazione possono essere superati cominciando proprio da quei nodi affettivi che hanno ingenerato il rapporto conflittuale col cibo, imparando prima di tutto a farsi coscientemente carico delle proprie responsabilità e predisponendosi di conseguenza per intraprendere con fiducia la cura del proprio disturbo poiché, come in ogni patologia, anche in questi casi la cura nasce prima di tutto da dentro la persona: solo così, infatti, l'individuo diventa in grado di recepire appieno l'aiuto forniti dagli altri e dall'ambiente esterno. «Esistono quattro costituenti che, se riscoperte e adeguatamente realizzate, possono ricomporre la nostra personalità: scoprire la propria libertà oltre i condizionamenti, riconoscere la propria individualità, sviluppare la capacità di interagire socialmente in maniera armonizzante e mettersi dalla parte della soluzione, realizzare le proprie ontologiche istanze spirituali. Così facendo potremmo dare un’opportunità –continua il prof. Ferrini- a noi stessi e agli altri per iniziare un percorso di guarigione, verso un sano equilibrio, affinché il cibo diventi un integratore della struttura fisica, emozionale, sociale, relazionale e, non ultimo, di quella spirituale». «Coltivare la compassione e l’amicizia autentica alla luce di un'approfondita conoscenza dell'essere umano - ha proseguito il relatore - è un presupposto fondamentale per integrare la personalità; ciò conduce a sviluppare le qualità positive dell’essere umano e gradualmente spodesta una psiche invasa dall’ossessione della magrezza e dai condizionamenti riversati negli affetti e nelle relazioni». Durante il pomeriggio di domenica gli intervenuti hanno espresso domande e riflessioni scritte che sono state poi analizzate dal prof. Ferrini. Tali riflessioni hanno toccato in molti casi la sfera personale e intima dei partecipanti al seminario, i quali hanno così avuto l’occasione di confrontarsi con il punto di vista della saggezza vedica su un tema dai confini molto vasti che ha ripercussioni non solo nella sfera della nutrizione, ma anche nell’integrità fisica, psichica e spirituale dell’essere umano.